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Nessuno lavora più duramente di Mark Munoz

“Serve toccare il fondo per dimostrare di poter risalire perchè senza momenti difficili non formerai il tuo carattere..."
Solo un dito dolente. Dopo tre intensi round con Aaron Simpson, svoltisi lo scorso Novembre, in un incontro che ha visto lui e il suo avversario dimostrare capacità di livello mondiale nella lotta e grande intensità nello striking, tutto quello che Munoz ha verificato il giorno dopo, valutando i danni subiti, è stata un'abrasione su un dito del piede causata da un calcio al ginocchio di Simpson.

E’ quasi dispiaciuto quando lo racconta.


“Mi ero preparato duramente per quel match e il mio corpo era talmente pronto che il giorno dopo non ero neanche molto dolorante” spiega Munoz, il quale ha vinto per decisione unanime dopo tre round ad UFC 123. “Conosco Aaron piuttosto bene e so che si era preparato bene per l’incontro, so che è molto competitivo e sapevo che sarebbe stata una guerra di 15 minuti”.

Una guerra e molto di più: è stato chiaramente uno dei migliori incontri del 2010 che ha visto entrambe gli atleti cercare, con tutte le loro forze, di portare a casa la vittoria. A pensarci bene Munoz e Simpson sono anche amici. Ma non l’avreste mai detto guardandoli mentre si davano battaglia prendendosi a pugni, a calci e proiettarsi l’un l’altro in quella notte nel Michigan. Alla fine di quello scontro il rispetto reciproco dei due fighter è cresciuto, i fan hanno visto una "rissa" carica d’agonismo e Munoz si è aggiudicato la quarta vittoria UFC su sei match. E se l'è meritata.



“Per me l’importante è non arrendersi mai” racconta. “Dico ai miei studenti che è importante non mollare mai. Se vuoi diventare il migliore devi passare attraverso battaglie come quella che ho vissuto, è stato meraviglioso, ti fa sentire sicuro di te perché poi sai che sarai a tuo agio ovunque il combattimento avrà luogo. I campioni trovano sempre un modo di vincere ed è quello che voglio essere.”



Munoz conosce bene la sensazione avendo vinto il campionato nazionale di lotta NCAA Division I per l’Università dello stato di Oklahoma nel 2001. Quasi una decade più tardi, vittoria dopo vittoria, si sta avvicinando a competere per la corona dei pesi medi UFC e, questo giovedì, l’uomo che cercherà di fermare il suo momento positivo è un altro lottatore, nonché compagno di allenamento di Simpson: CB Dollaway. Al contrario di Simpson che, da quando ha lasciato lo stato di Arizona, si è trasformato in un fighter che prima colpisce e poi lotta Dollaway è più propenso a soffocarti che a metterti ko.


“So che CB sa applicare buone tecniche di sottomissione, specialmente quando è in posizione dominante, soprattutto frontalmente e che è anche in grado di ottime transizioni a terra” dice Munoz. “So che tira anche molti calci ma sono pronto. Sono un lottatore a mia volta così se prova a portarmi a terra va benissimo. Questo combattimento si vincerà nelle transizioni dallo striking ai takedown ed è per questo che sarà un combattimento giocato sulle transizioni. Sono pronto a sfruttare tutti e 15 i minuti.”



Quando Munoz dice che domani notte intende sfruttare tutti i 15 minuti potrebbe trattarsi del fraintendimento dell'anno perché la carriera atletica del “The Filipino Wrecking Machine” non si è mai basata sullo sfruttare la superiorità tecnica o sui compromessi. Il punto focale è sempre stato il lavoro. Il duro lavoro. E tanto. Questo tipo di approccio applicato non solo alle MMA ma alla vita in generale ha fatto guadagnare a Munoz la stima di colleghi, partner di allenamento, media e fan.



“Applico l'etica del lavoro in ogni cosa che faccio: nella vita in famiglia, nella mia palestra, quando alleno o combatto” spiega. “Quando combatto fortunatamente la gente vede il cuore e la passione che ho per questo sport. Voglio davvero che tutti sappiano che non è qualcosa che faccio perché sono fortunato, al contrario faccio quello che faccio grazie al duro lavoro.”



Questo tipo di abilità a lavorare tra alti e bassi in palestra, al tappeto, nell'Ottagono o nella vita in generale è sempre ammirabile. Munoz non ha mai ricevuto favori e ne è fiero perché è così che è diventato quello che è oggi.

“Ho sempre avuto delle avversità nella mia vita e ne vado fiero perché senza averle avute oggi non sarei capace di sconfiggerle” dice. “Ho perso tante volte ma penso che i campioni non si misurano da quante vittorie hanno all'attivo ma da quante volte si sono rialzati dopo una sconfitta o un fallimento. Nella lotta libera non ero così talentuoso da essere in grado di battere chiunque, ho dovuto lavorare duramente per raggiungere degli obiettivi e sto facendo la stessa cosa nel fighting. Proverò a lavorare più duramente di chiunque altro. Questo è quello che sono e quello che sarò sempre: sono stato programmato così.”



La prima sconfitta nell'Ottagono, un agghiacciante ko per calcio alla testa da parte di Matt Hamill avvenuta nel Marzo 2009, avrebbe potuto essere abbastanza cocente per fare desistere chiunque dal proseguire nella carriera di fighter. Essendo un marito e un padre di quattro figli sarebbe dovuta essere la scelta più naturale invece Munoz ha morso forte il suo paradenti ed è sceso dai massimi leggeri ai medi ed è tornato al lavoro.



Cinque mesi dopo l'incontro con Hamill ha vinto una autentica "rissa tra cani" contro Nick Catone, ha poi superato Ryan Jensen a UFC 108, ha quindi totalizzato un ko ai danni di Kendall Grove a UFC 112 per poi perdere lo scorso Agosto una millimetrica “split decision” con Yushin Okami. Successivamente è stato l'incontro con Simpson a ricordare che non si devono mai dormire sonni tranquilli se si affronta Mark Munoz. Se lo metti in difficoltà sarà solo per un momento perché subito dopo sarà pronto a recuperare con una ferocia che farai fatica a gestire.

“Credo che tutto accada per una ragione e senza questi alti e bassi non chiariresti mai che persona sei” dice. “Serve toccare il fondo per dimostrare di poter risalire perchè senza momenti difficili non formerai il tuo carattere. Servono le vallate per poter godere della vista delle montagne ed è così anche nella vita. Devi sapere come combattere, combattere per cosa vuoi nella vita e per quello di cui hai bisogno.”

Chiamatemi pazzo ma nel mezzo del match con Simpson, un incontro in grado di far sussultare i più, ho pensato di aver visto Mark Munoz sorridere.

“Amo competere e amo combattere e non lo farei se non fosse così” dice. “Questo è quello che faccio, mi piace quello che faccio, è assolutamente una passione. Combatto da tanto tempo, per fare quello che amo e di sicuro avrò sempre un sorriso sul mio volto”.


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