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Ben Henderson - La voglia di ispirare

"Quando vedi qualcuno che ci mette anima e cuore e lascia che gli altri lo vedano, per una partita o per un combattimento, allora si percepisce qualcosa di speciale che riesce ad ispirare le persone." - Ben Henderson
Ogni atleta vorrebbe avere uno spazio all'interno del notiziario SportCenter su ESPN. Nessuno però vorrebbe averlo nel modo in cui ci è riuscito Ben Henderson lo scorso Dicembre.

Henderson, in quanto destinatario del calcio di cui si è parlato in tutto il mondo, quello eseguito da Anthony “Showtime” Pettis sfruttando la spinta sulla gabbia nel loro incontro per il titolo WEC dei pesi leggeri, è stato costretto a rivivere un loop infinito del peggior momento della sua carriera come fighter professionista sul più visibile media sportivo. Oggi, diversi mesi dopo, ancora la gente ne parla abbondantemente.

“E' successo anche ai migliori” dice Henderson. “E' successo a St-Pierre (Georges, campione UFC dei pesi welter) contro Matt Serra, è successo ad Anderson Silva (campione UFC dei pesi medi) contro Ryo Chonan con quella "flying scissor heel hook" (leva al tallone in sforbiciata volante) che è un highlight visto e rivisto con la stessa logica. E' successo a tutti i migliori fighter: Rich Franklin e Chuck Liddell si sono trovati dalla parte sbagliata di un mucchio di highlight ma fortunatamente il più delle volte si sono trovati dalla parte giusta. Ora è successo a me, è venuto il mio momento ed ho imparato qualcosa da quell'incontro ovvero che se vinci, perdi o pareggi devi comunque imparare la lezione e crescere da quell'esperienza. Penso di aver fatto un buon lavoro in tal senso e ho imparato da quell'incontro e dai miei errori. Bisogna prenderla con filosofia.”

Henderson aiutato dal fatto di essere un gentleman risponde ad ogni domanda sul "calcio" con una classe ammirabile. Aiutato anche il fatto che ha una squadra forte che lo supporta e che nei giorni dopo l'incontro (perso per decisione dopo cinque round al fil di rasoio) ha fatto muro intorno a lui. Ma quello che lo convince più di tutto a lasciarsi alle spalle l'incontro con Pettis è esattamente il contrario di quello che credete di aver visto dall'infinita serie di replay del famoso highlight: ovvero che il calcio che l'ha colpito al quinto ed ultimo round non l'ha comunque messo KO.

“Quella è la cosa di cui si sono dimenticate molte persone vivendo l'esaltazione di quel calcio" spiega. “Come fan di questo sport, posso prendere abbastanza le distanze, e ammettere che quel calcio è stato sbalorditivo. Se lo avessi visto avrei detto 'Oh mio Dio, è stato grandioso.' Purtroppo sono stato invece quello che è stato calciato in testa. Molte persone però non si sono accorte che nel primo round ho seguito la mia strategia, l'ho atterrato e l'ho menato un po'. Dal secondo al quinto round invece mi sono allontanato dalla strategia perché mi sono lasciato un po' prendere dall'esaltazione creata dall'aspettativa di combattere per il titolo UFC dopo aver battuto Pettis. Volevo dimostrare a Frankie Edgar (campione UFC dei pesi leggeri) e  Gray Maynard (primo contendente) di essere in grado di scambiare in piedi per cinque round ed uscirne vincente. Volevo dimostrare che mi stavo evolvendo come fighter. Così ho scambiato in piedi per quattro round con Pettis ed è stato comunque un match equilibrato. E' emerso anche dai punteggi dei giudici ed anche il quinto round è stato dannatamente equilibrato fino al momento del calcio. Quindi penso che molte persone abbiamo sottovalutato questo aspetto ma per me va bene così. Se nessuno se lo ricorderà tutti i miei avversari si dimenticheranno che sono migliorato come striker e che sto migliorando come fighter di MMA nel complesso. Se pensano che sono un tizio che combatte a terra ma che non sa scambiare in piedi per me è ottimo."

La sconfitta con Pettis, che è costata ad Henderson la sua corona WEC dei pesi leggeri, è stata la prima dal 2007 e l'unica da quando si è affermato sul grande palco WEC nel 2009. “Smooth” prima dell'incontro aveva un record di 5-0 e la sua lista di vittime includeva stelle come Donald Cerrone (due volte), Jamie Varner, Anthony Njokuani e Shane Roller. Ha finito prima del limite quattro di questi cinque incontri e quello che non ha finito è stata una vittoria per decisione ai danni di Cerrone in quello che viene indicato come uno dei migliori incontri nella storia dell'organizzazione.

Ha avuto un'ottima carriera fino ad ora e se vi inoltrate alla scoperta della sua coinvolgente personalità e del suo stile esaltante allora la crescita di Henderson può riflettere quella dell'attuale campione UFC dei massimi leggeri Jon Jones. Con la differenza che per Henderson non c'è stata alcuna partecipazione al talk show di Jay Leno ma nonostante tutto non si è lasciato infastidire da certe cose.

“Sono abbastanza bravo a non giocare al 'Cosa sarebbe successo'" racconta. "Siamo qui ora e non in un universo parallelo od in una realtà alternativa. E' successo, è andata come è andata, posso accettarlo e vivere tranquillo. Andiamo avanti. Cambierò il mio futuro entrando (nella gabbia) e avendo le mie mani alzate (in segno di vittoria)."

La prossima opportunità di Henderson per riuscirci sarà sabato notte quando affronterà Mark Bocek ad UFC 129 a Toronto. E' un match intrigante sotto molti aspetti e il nativo dell'Arizona (Henderson) crede di avere il potenziale per pareggiare o superare l'esaltazione indotta nel pubblico dagli ormai classici scontri con Cerrone e Pettis, entrambi considerati tra i migliori incontri dell'anno nel 2009 e 2010 rispettivamente.

“Penso che sarà un incontro super esaltante" afferma. "Vedrete tante magie jiu-jitsu che i fan di vecchia data e i puristi del jiu-jitsu ameranno. Ed i fan casuali penseranno ' Hey, è stato incredibile. Non so cosa fosse ma è stato fico.' Posso mettere in piedi un buono spettacolo ed un combattimento divertente e spero di iniziare bene il 2011. Voglio un altro incontro candidato a Fight of the Year. Voglio andare la fuori ed aprire il mio cuore e lasciare che i fan lo vedano e penso che Bocek e il suo stile siano una buona chance per me per fare esattamente quello che mi sono proposto di fare."

Quando Henderson parla dell'incontro si sente un cambiamento nel tono della sua voce, la sua cadenza velocizza ed è chiaro che l'idea di mettersi l'elmetto e gettarsi a capofitto nella battaglia non lo spaventa per nulla. Al contrario lo ispira. Nel 2009, prima del suo incontro con Cerrone, Henderson incontrò i giornalisti a Dallas per UFC 103 e svelò cosa desiderava veramente dallo sport delle mixed martial arts.

“Voglio un incontro alla Rocky Balboa, dove le prendo per quattro round e vinco reagendo nel quinto round" disse. "Voglio che sia un highlight continuo fatto di knock down, una guerra di 25 minuti. Questo è quello che voglio. I veri campioni sono quelli tenaci, quelli che hanno cuore, che hanno fegato, che danno l'anima. Voglio dimostrare tutto questo ogni volta che difendo la cintura. Voglio che ogni sfidante mi pressi così duramente da essere esausto alla fine dell'incontro. E' bello essere Anderson Silva e mettere ko tutti in 30 secondi e non essere mai colpiti ma non fa per me. Io voglio le guerre."

Almeno in un paio di incontri fino ad ora é andata proprio così e combattimenti come quelli con Cerrone e Pettis saranno ricordati a lungo anche dopo che avrà appeso i guanti al chiodo. Ed è quello che vuole. Il ventisettenne Henderson vuole che i fighter più giovani parlino di lui esattamente come lui parla di gente come BJ Penn, Matt Hughes, Carlos Newton e Don Frye: ovvero pionieri che hanno preparato il palcoscenico per lui e suoi colleghi. E per arrivare a quello status non basta vincere. Dipende da come vinci e se riesci ad oltrepassare tutte le barriere aldilà dello sport che pratichi.

“E' qualcosa che connette con le persone e le tocca da vicino" svela Henderson. " Non mi riferisco solo al fighting ma a tutti gli sport. Come quando Michael Jordan ha giocato con l'influenza nei playoff (NBA) del 1997. Potevi vederlo nei suoi occhi e nel suo corpo, faceva fatica a stare in piedi e hanno dovuto portarlo a braccia fuori dal campo. Quando vedi qualcuno che ci mette anima e cuore e lascia che gli altri lo vedano, per una partita o per un combattimento, allora si percepisce qualcosa di speciale che riesce ad ispirare le persone. In questo modo un atleta comunica in modo personale e questo tipo di performance spingono ad essere una persona migliore. E' una sensazione che amo, che adoro, in cui ci sguazzo. Amo aprire il mio cuore e la mia anima e così facendo vi faccio entrare un po' di luce di Dio. Voglio ispirare la gente e questo significa molto per me."

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